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Attenzione: il racconto può non essere adatto alle persone più sensibili.
C’è un altro posto in Cambogia che è stato teatro del genocidio: il campo delle esecuzioni. Si trova fuori Phnom Penh e lì venivano portati nottetempo i prigionieri del S-21. Tenuti per poco in baracche e poi trucidati a ritmo sempre più crescente, fino ad arrivare a 300 esecuzioni al giorno. I corpi gettati in fosse comuni o nel laghetto.
E qui che in quattro ci siamo recati il giorno dopo la visita all’ex scuola Tuol Sleng. Gli altri non se la sono sentita. In realtà alcune informazioni di precedenti gruppi dell’organizzazione, con cui abbiamo fatto il viaggio, descrivevano sommariamente il campo come una distesa di vestiti e qualche ossa. Dicevano che ci arrivi e non capisci cosa sia, poi vedi quel poco che rimane, vestiti diventati stracci, ossa, il tutto con sembianze di abbandono.
Certo quello che avevamo visto il giorno prima era già sufficiente per sentirsi addosso tutti i dolori del mondo, ma per me qualunque cosa ci fosse o no, ero lì soprattutto per quel passato atroce. Non avevo ancora finito di ascoltare il dolore e le lacrime della Cambogia. Non ero la sola. Con Alessandra, Nicola e Barbara abbiamo preso un taxi. Un’ora ad andare ed una a tornare dal centro della città, ma quanto siamo stati lì io non lo ricordo.
La zona del campo è vicino alle risaie, il paesaggio è dolce, luminoso e allegro come sempre. Io mi aspetto di trovare quello che hanno detto: un campo con ossa e brandelli di vesti sparse. Alla biglietteria sono gentili, ci danno delle informazioni e ho la sensazione che vogliono che noi sappiamo. Probabilmente è solo un mio pensiero, è comunque un popolo dai modi gentili. Entriamo e ci accoglie una costruzione a vetri uguale a tante altre che ho già visto, se non fosse per la copertura così orientale, un ossario. Ci togliamo le scarpe, è un luogo sacro per i buddisti. Ma siamo probabilmente già in trance e facciamo prima il giro esterno senza accorgerci che si può entrare e trovarsi a tu per tu con i poveri resti. L’ossario è ordinato per sesso ed età. Ci sono anche i vestiti accumulati in un ripiano, raccolti e disinfettati, come recita il cartello. Mucchi e mucchi di vesti non meno commoventi e parlanti dei teschi. Guardandoli ti rendi conto della loro storia, ne vedi i segni e ne intuisci paura e disperazione. Riprendiamo le scarpe ed il giro prosegue verso i pannelli che descrivono con crudezza quanto è accaduto, fra i quali uno che ricorda le orribili baracche dove venivano ammassati i prigionieri. Sono state rimosse quasi subito dopo la caduta del regime, eliminate in fretta, troppo vergognose per tenerle un minuto di più. C’è anche una costruzione tonda ed aperta. Qui ritrovo la foto del giovane australiano, mi sembra ormai un amico. Proseguiamo verso il campo. Quello che vedo è uno spazio, con degli alberi, non tanto grande, che degrada verso un piccolo ridente laghetto. Ci sono delle buche con coperture a proteggerle, sono le fosse comuni. In una hanno trovato solo i corpi, le teste si presume siano state gettate nel laghetto. Per risparmiare sulle pallottole uccidevano i prigionieri con armi da taglio a bastonate. I poverini venivano condotti ai bordi delle fosse in modo che cadessero giù senza la scomodità di doverli spostare da morti. C’è un albero dove venivano giustiziati i bambini piccolissimi brandendoli come se fossero delle mazze. Nessuna pietà, nessun rispetto. L’importante è risparmiare pallottole e tempo, la testa dei piccoli è sufficientemente fragile. Ai piedi dell’albero ci sono stracci e ossa, poche. Anche in altre parti del campo c’è qualche straccio e qualche osso, probabilmente lasciati li a testimonianza dell’estremo disprezzo di quelle belve. Neanche una degna ed accurata sepoltura per tutti. Davanti all’albero delle esecuzioni dei piccoli un altra pianta con un altoparlante: l’albero della musica. Per evitare che i prigionieri nelle baracche sentissero le urla disperate e tentassero qualche estrema forma di ribellione, veniva messa della musica a tutto volume. Poi ancora buche e altri stracci. E’un posto che racconta dolore con la spontaneità e l’immediatezza della terra, l’acqua, le piante. Facciamo il giro intorno al laghetto e oltre la rete c’è un gruppo di bambini che ci canta una canzone per avere dollari. Io do acqua , penne, caramelle e purtroppo, soldi. Non si fa, ma sono totalmente incapace di pensare. La nuova vita per sopravvivere utilizza anche l’emozione sulle atrocità del passato. Non posso compensare il dolore inflitto al loro popolo, sicuramente sto lenendo il mio.
Il laghetto è delizioso. A metà percorso scambio due parole con una guardia. E’ curioso della mia nazionalità, della mia terra. Ma io non riesco a fare conversazione davanti ad uno specchio d’acqua che nasconde ancora molti corpi. Ce ne andiamo da questo luogo dove le urla hanno lasciato posto alla dolcezza della natura e alla gentilezza delle persone che ci lavorano. Ho visto, ho sentito e ora non scordo più. (Alle scritte in verde nel racconto corrispondono delle foto)
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